La questione sul diritto all’aborto è da sempre fonte di discussione e gli avvenimenti degli ultimi anni, come il dietro front della Polonia e il ribaltamento della storica sentenza Roe vs Wade negli Stati Uniti, ha riportato alla luce la sensazione che nel nostro paese non si sia fatto abbastanza per tutelare questa importante scelta.
Ma cosa sappiamo sulla possibilità di abortire in Italia? E perché questa scelta è sempre più soggetta a misure restrittive?
Vediamo assieme una breve panoramica sull’aborto e il suo legame stretto con il corpo femminile, illustrando come siamo arrivati a regolamentarlo con la Legge 194/78 e la situazione mondiale in cui sempre più donne sono costrette a ricorrere ad alternative illegali e pericolose.
L’ILLEGALITA’ DELL’ABORTO NELL’ITALIA DEGLI ANNI ‘70
Fino alla fine degli anni ’70 l’aborto era considerato illegale e punito, in base al codice penale italiano, con una reclusione da due a cinque anni, comminati sia al medico che eseguiva l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), sia alla donna che la richiedeva.
Ciò non ha mai fermato le giovani italiane che, con svariate procedure da sole o con l’aiuto delle cosiddette “mammane”, hanno abortito nel segreto e spesso in condizioni igieniche pessime.
Con strumenti non idonei e in luoghi spesso poco salubri, le IVG erano dolorose e pericolose per le donne che vi accedevano, portando in alcuni casi anche alla loro morte.
Furono proprio questi tragici episodi, apparsi anche nei giornali, a incrementare il dibattito pubblico sulla questione spingendo alcuni parlamentari, tra cui il socialista Loris Fortuna, a presentare nel 1973 un primo disegno di legge.
Tale disposizione prevedeva, però, la legalità dell’aborto solo nel caso in cui la salute fisica o psichicadella madre fosse a rischio o nell’ipotesi in cui il nascituro presentasse probabili malformazioni fisiche e mentali.
Inoltre non si garantiva una libera scelta della donna, ma si dava ai medici il pieno e insindacabile giudiziosulla necessità o meno di procedere all’IVG; il disegno di legge approdò in Parlamento non ottenendo però la giusta attenzione.
Ma il 1973 è anche l’anno del discusso processo a Gigliola Pierobon, che cambiò radicalmente la società del tempo: la mobilitazione di massa che si attivò divenne il punto di svolta per la legalizzazione dell’aborto.
A settembre dello stesso anno nacque a Milano il CISA (Centro d’Informazione sulla Sterilizzazione e sull’Aborto), coordinato da Adele Faccio ed Emma Bonino, che aiutò molte donne ad abortire in sicurezza attraverso il sostegno di medici e di operatori volontari.
Saranno proprio Adele Faccio ed Emma Bonino, assieme al segretario del Partito Radicale Gianfranco Spadaccia, ad autodenunciarsi e a essere arrestate dalla polizia nel 1975 proprio per aver praticato illegalmente degli aborti.
In quegli anni è un continuo susseguirsi di avvenimenti importanti che cambieranno la società stessa e la storia dell’aborto in Italia.
Tra questi c’è la storica sentenza della Corte Costituzionale n.27 del 18 febbraio 1975 che aprì la strada all’IVG per motivi gravi, motivando che la salute della donna (“colei che è già persona”) non poteva essere messa sullo stesso piano della salute dell’embrione o del feto (“chi persona ancora deve diventare”).
Sono queste le prime aperture che renderanno fertile il terreno per la stesura della Legge 194/78.

LA LEGGE 194, FACCIAMO CHIAREZZA
Approvata in un clima di incertezza e di instabilità (dopo 13 giorni dalla morte e dal ritrovamento del corpo di Aldo Moro), la Legge 194 può essere definita come una norma sulla maternità e non sul diritto all’aborto.
Già da una sua prima lettura si comprende come non tuteli un diritto, bensì un’opzione definita dalla legge stessa, valutata e applicata da un medico e non dalla donna.
Si tutela quest’ultima e il suo corpo in quanto gestante (leggi qui il mio articolo dedicato al corpo delle donne): è l’utero il vero soggetto della disposizione e, in quanto luogo in cui avviene l’inizio della vita, va salvaguardato e protetto legalmente.
Lo Stato Italiano, quindi, non garantisce il diritto all’aborto, ma quello alla procreazione cosciente e responsabile.
Inoltre la normativa prevede che per accedere all’aborto siano presenti alcune motivazioni valide come un serio pericolo per la salute fisica o psichica della madre, condizioni economiche, sociali e familiari difficili, circostanze particolari in cui è avvenuto il concepimento, possibili anomalie e malformazioni del feto.
Ma questo non basta! L’autodeterminazione della donna nella scelta di abortire viene messa da parte: è il medico che autorizza l’IVG, dopo aver sentito e valutato le motivazioni.
La libertà di abortire non esiste, perché se sei incinta mica decidi tu se abortire o meno! È tutelato il tuo diritto alla salute (donna gestante che porti una nuova vita in grembo), ma non il tuo diritto all’autodeterminazione.
Oggi in Italia una donna può abortire entro i primi 90 giorni di gestazione, solo se un medico non obiettore di coscienza lo autorizza (cosa che in alcune regioni italiane sta diventando sempre più difficile).
Può farlo chirurgicamente o attraverso la pillola RU486 (fino alla 9° settimana di gestazione), purché si prenda 7 giorni di tempo per riflettere sulla scelta.
Quest’ultimo punto sembra rimarcare il fatto che essendo donne le nostre scelte siano definite dal nostro stato emotivo e che non siamo in grado di essere razionali per poter scegliere fin da subito cosa fare o meno del nostro corpo.
In Italia abortire significa entrare in un sistema macchinoso, lungo e che non tiene in considerazione la donna che lo richiede: spesso siamo sole e senza un supporto fisico e mentale in tutto il percorso dell’IVG.
Dopo 45 anni la Legge 194 presenta ancora delle carenze e delle criticità importanti ed è forse arrivato il momento di riscrivere la storia realizzando una legge che tuteli davvero il diritto all’aborto.

LA SITUAZIONE DELL’ABORTO OGGI NEL MONDO
Anche a livello mondiale si discute animatamente sulla questione dell’aborto: dopo il ribaltamento della sentenza Roe vs Wade negli Stati Uniti, le cose sono cambiate e i suoi effetti si sono diffusi in tutto il globo.
La decisione della Corte Suprema ha reso ancora più difficile interrompere una gravidanza, limitando questo diritto alle sole donne che possono permettersi di spostarsi in un altro Stato e sostenere dei costi elevati.
Prima di questo controverso ribaltamento un paese europeo, la Polonia, aveva applicato delle restrizioni pesanti all’IVG determinando solo alcuni casi particolari in cui è possibile accedervi (fino al 2021 era possibile abortire in qualsiasi caso).
In Europa sono solo due gli stati in cui è illegale (Malta e San Marino), ma questo non significa che le donne europee possiedano liberamente il diritto all’aborto (vedi la situazione in Italia).
In Asia l’aborto è collegato a ragioni demografiche, ma in alcuni casi si applicano le restrizioni tipiche dell’occidente.
Ad esempio in Cina l’aborto è legale e generalmente accessibile a chiunque, ma negli ultimi anni sono stati pubblicati alcuni provvedimenti che impongono delle limitazioni all’accesso (le famiglie possono avere più di un figlio).
Il Giappone è stato il primo paese asiatico a rendere legale l’aborto: dal 1949, infatti, si può richiedere l’IVG per motivi economici, medici o in caso di stupro.
In altri paesi del Sud Est Asiatico, invece, il diritto all’aborto non esiste o è fortemente limitato a causa delle forti influenze religiose.
Nel continente africano, purtroppo, si registrano molte morti dovute ad aborti clandestini e la legislazione ancora impone il divieto di accedere regolarmente all’IVG. Ma in alcuni Stati le cose stanno cambiando e, anche se con limitazioni, l’aborto sta diventando accessibile e legale.
Come puoi vedere nel mondo ancora si lotta per avere un diritto che è fortemente legato al corpo delle donne e al suo controllo: non poter disporre della facoltà di scelta limita pesantemente la nostra autodeterminazione e la nostra espressione.
In Italia, come nel resto del globo, si richiede a gran voce una legislazione che tuteli questo diritto e che permetta alle donne di scegliere liberamente.
Ma il patriarcato e la cultura misogina sono ancora ben ancorati nella società, sia essa occidentale che orientale.
È forse arrivato il momento di aprire gli occhi e di riprendersi ciò che è nostro: un diritto all’aborto sicuroe protetto dallo Stato.
